NEUROSCIENZE

AFFETTIVE


Per tutto il ventesimo secolo si è pensato che il cervello fosse una grande macchina per l’apprendimento ed i sentimenti affettivi non erano altro che una sottocategoria dei processi cognitivi. William James e Carl Lange (1834-1900) consideravano il comportamento emotivo come una reazione corporea automatica. La risposta corporea automatica genera delle informazioni che vengono rilette a livello della neocorteccia, questa rilettura permette di esperire cognitivamente l’emozione. Antonio Damasio (1994, 1999), proponendo una variante del sistema di rilettura, sostiene che esistono due mappe principali le cui informazioni vengono integrate per mezzo di un processo di mappatura: la prima mappa fornisce informazioni sullo stato del corpo, la seconda mappa fornisce informazioni sull’ambiente, il processo d’integrazione avviene per mezzo della coscienza nucleare. È da questa elaborazione che emergerebbe il sentimento di conoscere espresso per mezzo di un marcatore somatico. Secondo Damasio la coscienza nucleare è naturalmente discontinua nel tempo, la continuità è data dalle funzioni neocorticali. Anche per Damasio, senza la neocorteccia, l’uomo non sarebbe in grado di esperire una propria coscienza né di fare esperienza di sentimenti. LeDoux (1996) afferma che le emozioni sono reazioni puramente fisiologiche mentre l’affetto è un’elaborazione cognitiva dell’emozione. Anche per LeDoux la vita affettiva emerge dalle funzioni neocorticali.  “Sospettiamo che tali stimati colleghi possano essersi riferiti alle emozioni di processo secondario (LeDoux e Rolls) che sorgono quando la cognizione e le emozioni di base si combinano in una miscela complessa (Damasio). Questi ricercatori hanno largamente trascurato la possibilità dell’evoluzione di affetti di processo primario.” (Panksepp, Biven, 2014, pg.75).
I biologi hanno da tempo accettato la prospettiva evoluzionistica come scenario storico su cui basare la comparsa funzionale di tutti gli organi del corpo. Gli psicologi dovrebbero applicare il principio evolutivo anche nello studio del sistema nervoso centrale. MacLean (1990) porta sufficienti prove quando afferma che il cervello umano è stato creato dal processo evolutivo partendo dal cervello di antichi mammiferi. Focalizzando l’attenzione sulle omologie determinate dall’evoluzione nei cervelli dei mammiferi è possibile iniziare a contestualizzare con più oggettività le emozioni.
Ci sono prove sufficienti che indicano che esistono diversi circuiti specifici e geneticamente dipendenti nelle aree sottocorticali condivise da tutti i mammiferi, essi sono i circuiti neuronali dedicati alle emozioni. Presumibilmente sono le interazioni tra queste zone sottocorticali e le esperienze di vita che mediano la formazione delle diversità riscontrate nelle aree più alte della neocorteccia.
Il cervello umano può essere diviso in tre strati evolutivamente coerenti, più antico è lo strato maggiori sono le analogie tra i diversi mammiferi. Questo dato di fatto supporta l’ipotesi che l’uomo condivide con tutti i mammiferi emozioni e impulsi molto simili (Panksepp, Biven, 2014). Mentre è possibile indagare questa capacità nell’uomo essa risulta difficilmente indagabile negli altri mammiferi.Il primo strato, corrispondente ai processi di tipo primario, è lo strato del cervello che racchiude gli strumenti basilari per la sopravvivenza che l’evoluzione ci ha fornito, tra questi vi sono le risposte emotive-istintive che generano i sentimenti grezzi. Sopra questo strato istintivo abbiamo i processi secondari quali la memoria e l’apprendimento; studiati molto per quanto riguarda il condizionamento alla paura, essi sono inconsci. L’ultimo strato, quello evolutivamente più recente, riguarda i processi propriamente cognitivi di terzo livello, le funzioni di pensiero superiori che ci permettono di riflettere su noi stessi e sulle nostre esperienze.
La lettura dei dati emersi dalla ricerca nelle neuroscienze affettive propende per l’ipotesi che le menti umane ed animali siano state costruite su “sistemi affettivi geneticamente omologhi – evolutivamente imparentati – i quali forniscono molte ‘strutture importanti’ biologicamente simili che servono ad attività mentali di ordine superiore. […] Tali sentimenti creano una forma energetica di coscienza – piena d’intensità affettiva – che noi chiameremo coscienza affettiva. I sentimenti primari non sono necessariamente brillanti e intelligenti: sono stati costruiti nei nostri cervelli perché sono eccezionalmente utili per affrontare immediatamente il mondo e apprendere le potenzialità. Gli affetti primari sono ricordi ancestrali che ci hanno aiutato a sopravvivere.” (ivi, pg.13)
L’ultimo strato, la neocorteccia, alla nascita “è in larga misura una tabula rasa, e l’esperienza vi imprime ‘naturalmente’ molte capacità e abilità. Queste impronte includono quelle che sembrano essere funzioni cerebrali ‘innate’, quali le nostre sofisticate abilità visive e uditive. A livello neocorticale, quelle abilità vengono costituite attraverso il processo del vivere nel mondo e non tramite rigide prescrizioni genetiche” (ivi, pg.11-12) Per esempio è stato dimostrato che distruggendo l’area corticale deputata alla vista prima della nascita la funzione visiva emergerà nelle aree corticali adiacenti all’area distrutta (Sur, Rubinstein, 2005). Questa evidenza fa supporre che le istruzioni per l’emersione della funzione visiva possano partire da aree sottocorticali, o da gradienti chimici della corteccia, in tal senso sarebbe errato parlare di “rigide prescrizioni genetiche” a livello corticale.
Il modello cognitivo secondo cui i sentimenti emotivi sorgono dalle regioni superiori del cervello si scontra con la ricerca: l’esistenza emotivo-affettiva degli animali e degli esseri umani resta intatta nonostante la lesione, o la perdita di zone di neocorteccia.  Pazienti afasici o che hanno subito un ictus, sebbene abbiano dei deficit nell’abilità linguistica, non hanno perso la capacità di fare esperienza delle emozioni. Ciò dimostra che la coscienza affettiva è indipendente dal linguaggio, essa esiste al di là dalla sua rappresentabilità simbolica. Altre evidenze importanti riguardano i risultati ottenuti per mezzo di stimolazione elettrica di specifici circuiti neuronali sottocorticali: da questi circuiti originano sempre le stesse reazioni emotive grezze. L’evidenza scientifica più forte che supporta l’esistenza degli affetti grezzi è la capacita dei bambini nati senza emisferi cerebrali (anencefalici, privi di neocorteccia) di essere affettivamente attivi senza raggiungere il pieno sviluppo intellettuale se allevati in un ambiente stimolante ed accudente (Shewmon etl. 1999, Merker, 2007).


Da quanto detto emerge che la “strada delle emozioni” ha origini arcaiche dal punto di vista evolutivo, ed anatomicamente profonde nel sistema nervoso centrale. Dalle aree sotto-corticali (sede dei processi primari) emergono gli affetti emotivi (emozioni-in-azione), gli affetti omeostatici (legati a recettori omeostatici come fame e sete), gli affetti sensoriali (innescati a livello esterocettivo-sensoriale). Gli affetti di base-primordiali subiscono un effetto di apprendimento in un’altra area del cervello (i gangli della base) per mezzo del condizionato di tipo classico, operante e per mezzo delle abitudini comportamentali-evolutive. Dopo essere stati appresi raggiungono le aree più evolute dove si attivano le funzioni di consapevolezza e quindi le funzioni esecutive (pensieri e pianificazioni), le rimuginazioni, le regolazioni emotive ed il “libero Arbitrio” (legato alle funzioni della memoria di lavoro).
Nei diversi mammiferi le stesse sostanze chimiche cerebrali e la stessa tipologia di via neuronale eccitano gli stessi sistemi emotivi di base (RICERCA, PAURA, COLLERA, DESIDERIO SESSUALE, CURA, PANICO/SOFFERENZA, GIOCO). Ognuno di questi sistemi affettivi controlla comportamenti specifici ma diversi, perché per mezzo dell’apprendimento sociale su di essi si consolida la psicologia dell’individuo,.
La neocorteccia quindi è programmata da questi sistemi di base, dalla nostra educazione precoce e da avvenimenti di vita. Il dogma centrale del cognitivismo vacilla nel momento in cui la psicologia inizia ad assumere l’ottica evoluzionistica: la posizione tradizionale è che la maggior parte delle funzioni corticali superiori siano epigeneticamente create delle esperienze dell’organismo. Mentre questa affermazione trova conferma scientifica per i cambiamenti neuronali che hanno permesso l’emergere del linguaggio e delle capacità simboliche (Scheibel, Schopf 1997), la stessa affermazione non ha ancora trovato conferma per quanto riguarda le emozioni. Cioè non esiste una evidenza scientifica sufficientemente forte che ci permette di dire che le emozioni siano il risultato di un cambiamento nell’espressione dei geni avvenuta durante i milioni di anni in cui il cervello umano si è evoluto.
Moduli per la socialità, empatia o per l’orgoglio possono invece essere emersi dalla neocorteccia per mezzo dell’evoluzione (Nesse, 1990), essi però sono emersi per mezzo dell’interazione tra i sistemi affettivi grezzi situati nelle zone sottocorticali con le aree più evolute già dotate di abilità simboliche. Questo significa che l’interazione tra i sistemi affettivi di base e la capacità dell’uomo di rappresentarsi il mondo esterno, e di utilizzare dei simboli per comunicare tali rappresentazioni, ha prodotto una modulazione degli affetti permettendoci di soddisfare in modo più efficiente dei bisogni evolutivamente determinati.
Le emozioni e le cognizioni possono essere dissociati sia a livello funzionale che a livello anatomico. (Zajonc, 2000; Panksepp 1990c, 2000b). La neocorteccia genera emozioni di ordine superiore come la gelosia, vergogna, colpa, combinando gli impulsi affettivi di base (Weisfeld, 1997; Damasio 1999; Rolls 1999, Panksepp 1982, 1989), ma “la neocorteccia viene scritta dalle zone emotive sottocorticali”. Le emozioni di base sono tutt’altro che “abilità” acquisite, esse sono “un dono della natura”, esse guidano e facilitano l’acquisizione di nuove abilità.
Quanto detto fino ad ora ha un forte impatto nella pratica clinica. La frase di Freud “Nessuna forza psichica è importante se non possiede la caratteristica di destare sentimenti” può essere letta sotto la luce della ricerca scientifica. Secondo Freud gli affetti sono “percezioni corticali”, esse non hanno bisogno di essere rappresentante nel mondo esterno, esse semplicemente esistono. Oggi, al posto di “percezioni corticali”, diremmo “percezioni enterocettive”, viscerali, esse quindi sono rappresentate internamente (Solms, Panksepp, 2012).
Per capire meglio cosa s’intende quando si parla di rappresentazione interna piuttosto che di rappresentazione esterna è bene sapere che la comunità scientifica è concorde nell’affermare che le funzioni mentali umane sono “incarnate” (embodied). Attraverso il termine “incarnate” si vuole sottolineare il fatto che le funzioni mentali sono prima di tutto “vissute” nel corpo e per mezzo di esso (idem).
L’uomo possiede due rappresentazioni del proprio corpo, una rappresentazione esterna, ed una interna.
Il corpo rappresentato come “esterno” è una funzione alle mappe somatotopiche nella neocorteccia, queste mappe si formano grazie alle informazioni dei recettori sensoriali che si trovano sulla superficie del corpo, tale aspetto del corpo corrisponde all’homunculus corticale. Questo “corpo esterno” emerge non solo dalle mappe somatotopiche, ma anche dalle proiezioni degli assoni situati nelle zone sottocorticali, dai nervi cranici, dalle mappe motorie che ci danno la capacità di capire come siamo posizionati nello spazio tridimensionale e dalle sensazioni cenestesiche. Il “corpo esterno” di fatto viene percepito come un oggetto esterno, è quella percezione del corpo che ci permette di dire “quello sono io, è il mio corpo” quando ci guardiamo allo specchio.
Il corpo rappresentato come “interno” è una funzione delle strutture profonde del cervello, ed è percepito per mezzo delle sensazioni viscerali, ma anche da tutte le sensazioni legate alla funzionalità del sistema nervoso autonomo. Gli affetti grezzi sono legati a questa rappresentazione interna del corpo ed il livello d’attivazione del “copro interno” può da solo possedere degli stati affettivi.
Le strutture neurali del “corpo interno” sono ricoperte dalle strutture neurali del “corpo esterno”, questo riflette il fatto che le rappresentazioni viscerali (corpo interno) nel cervello sono più antiche rispetto le rappresentazioni del corpo in movimento (corpo esterno). In tutto ciò c’è una forte coerenza evolutiva nelle funzioni delle aree sottocorticali: le emozioni hanno la funzione di farci apprendere nel minor tempo possibile cosa è vantaggioso e cosa non lo è, la rappresentazione interna del corpo ha la funzione di guidare  il “corpo esterno” alla ricerca dei bisogni vitali.
La rappresentazione interna del corpo, assieme alle emozioni grezze, danno origine a “stati” interni, piuttosto che ad oggetti di consapevolezza esterna, il corpo interno non è rappresentato come oggetto esterno: “Quello sono io, è il mio corpo”, diventa “mi sento come…”.


Noi facciamo esperienza delle nostre emozioni grezze per mezzo del corpo, ma esse non sono rappresentabili. Le emozioni sono sentite, grazie all’evoluzione possiamo pensarci su, ma il pensare alle emozioni è la fine del percorso, non l’inizio. I circuiti neuronali individuati dalle neuroscienze affettive (RICERCA, PAURA, COLLERA, DESIDERIO SESSUALE, CURA, PANICO/SOFFERENZA, GIOCO) sono considerati i sistemi emotivi di base poiché ognuno di essi produce evidenti reazioni viscerali, comportamentali ed affettive.
Il semplice esercizio interpretativo non era efficace perché lavorava alla fine del processo (il processo terziario, il pensare), non all’inizio (il processo primario, il sentire). L’esercizio interpretativo era un ottimo strumento per la neocorteccia, ma se oggi sappiamo che la neocorteccia viene “scritta” dai processi primari delle zone sottocorticali, restare focalizzati sul processo neocorticale non produce guarigione. Il sentire verrà sicuramente pensato meglio, ma resterà sempre lo stesso sentire. Questa è una guarigione illusoria che produce stagnazione.
I dati della ricerca neuroscientifica portano ad ipotizzare che la formazione del “SÉ nucleare” sia in realtà una funzione universale derivante da una “piattaforma neuronale comune condivisa per esperienze affettive differenti”. Questi dati grezzi di processo primario, interagendo con i processi superiori, permetterebbero la formazione di vari sé legati alle esperienze fatte nel mondo e dipendenti dalle varie fasi di sviluppo. Ogni persona, seppure sentendosi dotata di un senso coeso del sé, in realtà possiede molto aspetti diversi ed a volte in contraddizione tra loro. Questi diversi sé si attivano in diverse circostanze e sono stati formati da diverse esperienze di vita. Potrebbe essere che l’evoluzione ci abbia fornito anche la capacità di sentirci coesi nel tempo e nello spazio. Il senso di coesione è determinato dalla capacità di sentire che quello che viviamo e proviamo ci appartiene. Siamo in grado di percepire che possediamo le emozioni che proviamo. Questo sarebbe il SÉ nucleare, esso è non riflessivo ed assieme alle forme affettive pure darebbe origine sia alla “coerenza emotivo-comportamentale dell’organismo sia a degli stati affettivi associati a tale coerenza”.
“Il SÉ nucleare è dominato da sentimenti affettivi che sono accompagnati da alcune percezioni rudimentali riguardanti il mondo e gli stati omeostatici interni del corpo. Le forme più elaborate di conoscenza di sé sono elaborate dall’integrazione di queste capacità affettive primarie con le abilità mentali secondarie/terziarie che codificano gli ambienti, sociali e culturali dell’animale” (Panksepp, Biven, 2014, pg.424). Molto probabilmente è proprio questo il felt core self (senso del SÉ nucleare) di cui parla Diana Fosha (2013). Meccanismi inibitori massici dell’espressione funzionale degli stati affettivi grezzi determinati dall’ambiente e messi in atto nella neocorteccia possono portare a percepire le emozioni risultanti come non appartenenti al SÉ. Questo meccanismo probabilmente crea un senso di discontinuità che esce dai binari dell’evoluzione naturale, e per tale motivo viene percepito in modo dissonante creando un sottofondo di disagio psicologico. Tale dissonanza non è rappresentabile dal momento che entra in gioco la rappresentazione interna del corpo.
Un esempio banale è l’espressione della RABBIA (inteso come affetto grezzo). L’essere umano deve essere in grado di assicurarsi la vita in gruppo dal momento che essa si è resa evolutivamente necessaria. Se la RABBIA venisse espressa senza filtri si abbasserebbero le probabilità di sopravvivenza del singolo poiché verrebbe isolato dal gruppo. Se la RABBIA invece fosse troppo inibita, seppur trasformandosi in un’emozione socialmente accettabile, potrebbe comunque essere inadeguata dal momento che si “allontanerebbe” troppo dall’affetto grezzo e di conseguenza l’emozione finale non sarebbe più percepita come propria, essa non apparterebbe più al SÉ nucleare. Per produrre benessere l’espressione delle emozioni grezze deve essere sentita come propria dall’individuo, ma deve anche essere espressa in modo funzionale. Nel tempo la modalità d’espressione individuale della RABBIA verrebbe appresa per mezzo dei processi secondari, e con il tempo verrebbe automatizzata. Se tale espressione risulta troppo slegata dal suo affetto grezzo tenderà poi ad emergere in modo dirompente ed inaspettato quando l’affetto grezzo è troppo forte. La ricerca neuroscientifica mette ancora una volta in risalto il primato delle esperienze affettive grezze rispetto le funzioni inibitorie corticali: si è visto che a seguito di una forte attivazione emotiva la neocorteccia si “spegne” (Damasio, 2000; Fischer, 2000). Questi dati fanno supporre che la neocorteccia, piuttosto che generare la consapevolezza delle emozioni, abbia più una funzione di regolazione delle stesse. Al momento dell’esplosione di RABBIA la persona potrebbe percepire la dissonanza tra il SÉ nucleare ed il sé appreso. Per tutta la vita avrebbe fatto esperienza della RABBIA modulata dai processi terziari in modo troppo massiccio, l’affetto finale risulta così talmente modificato da non essere più consapevolmente riconducibile all’affetto originario. È in un meccanismo come questo che potrebbe instaurarsi una nevrosi del carattere.


Freud affermava che era più importante rispondere alla domanda “come fanno le cose a diventare preconsce?”, piuttosto che rispondere alla domanda “come fanno le cose a diventare consce?”.
Secondo Freud bisognava riuscire a connettersi con il mondo delle rappresentazioni per mezzo della memoria. Il primo passo sarebbe quello di investigare il processo associativo che ha dato origine alla modulazione dell’affetto grezzo nell’emozione espressa. L’affetto grezzo viene sempre percepito ma non è rappresentabile, esso deve essere reso rappresentabile per mezzo dell’apprendimento, e quindi della memoria di lavoro.  Il processo d’apprendimento resterebbe inconscio ma la capacità di vedere il nesso causale potrebbe portare ad una rivisitazione emotiva della memoria episodica. Questo porterebbe ad una ristrutturazione dell’apprendimento. Il risultato finale sarebbe una maggiore vicinanza tra l’emozione espressa e l’affetto grezzo. In tal modo il senso nucleare del SÉ verrebbe rispristinato, l’energia spesa dai processi terziari per la repressione verrebbe recuperata, ed emergerebbe quel senso naturalmente determinato dall’evoluzione di vitalità e di possesso delle proprie emozioni, il felt core self.
Quanto emerso dalle neuroscienze affettive dovrebbe portare gli psicologi a focalizzarsi maggiormente sui processi primari piuttosto che sui processi terziari (a meno che le problematiche siano da ascriversi direttamente alle funzioni della neocorteccia). Non è più pensabile ignorare il percorso evolutivo nella formazione del cervello quando si trattano problematiche di natura affettiva.
Tirando le somme della ricerca neuroscientifica animale ed umana, e vedendo l’utilità della ricerca nelle neuroscienze declinata in ambito clinico, Panksepp afferma che “possono ora essere ideate nuove terapie dell’equilibrio affettivo (Affective Balance Therapies, ABT ) per riequilibrare il ‘cuore’ anziché la ‘testa, per dirlo con una metafora – un obiettivo solido della ABT dovrebbe essere quello di tendere a interventi benefici più diretti e precisi entro le vie affettive primitive degli individui” (Panksepp, Biven, 2014, pg. 466).
Seguendo il lavoro di Freud, passando per le modifiche ad esso apportate da Ferenczi, Rank e Alexander, l’approccio Dinamico-Esperenziale (Fosha, 2000; Osimo, 2002; 2003) sembra seguire quanto Panksepp suggerisce dal momento che valorizza la componente emotiva nel processo di cura e si focalizza sui processi primari piuttosto che terziari.
“Molti credono che le emozioni, anzi i sentimenti affettivi, possano essere dinamicamente di natura inconscia. Forse, ma solo se i sentimenti sono negati o repressi da attività cognitive eccessive: una disposizione umana che può in qualche misura inibire il tumulto emotivo sottocorticale. Tali pressioni della mente, però, trapeleranno in modi inattesi e creeranno caos nelle vite delle persone” (ivi,pg.458).


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