Plaquenil – L’utilizzo dei farmaci contro COVID-19 e le difficoltà psicologiche

"Ma il boom del Plaquenil è dovuto anche a chi magari se lo tiene in casa nel caso serva per una somministrazione in casa come se fossero in ospedale. Sbagliatissimo. «Arrivano tante richieste di cittadini che pensano sia una cura per Covid-19 e lo vogliono, nonostante precisazioni e chiarimenti che il farmaco va studiato e l'efficacia deve essere provata. Non si può avere senza ricetta», ribadisce Cicconetti." Il messaggero, 2 aprile , 2020.

Quando ho letto l’avvertimento del dott.Burioni “non correte a prendere il plaquenil”, da psicologo mi sono reso conto che il “farmaco” avrebbe potuto essere soggettivizzato, quindi venir slegato dalla funzione medica ed assumere un significato simbolico. La fragilità dei bisogni primari a causa della pandemia può attivare la rincorsa non tanto del farmaco in sé nella sua funzione medica, quanto rincorsa del farmaco nella sua funzione di soddisfacimento di un bisogno di sicurezza.

Il rischio in questo periodo storico è che ogni farmaco legato al COVID-19 simbolizzi il bisogno di sicurezza, e tato più persisterà nel tempo l’angoscia di morte legata al COVID-19, tanto più questi farmaci andranno ad impattare sulla strutturazione della psiche. In altri termini ogni farmaco che può essere proposto con funzioni mediche contro il COVID-19 ha l’alto rischio di assumere la funzione simbolica di allontanare l’angoscia legata alla possibilità di essere infettati, che i propri cari vangano infettati, e di essere coloro che infettano i propri cari.

Il farmaco in questo modo assume funzione psichica di supporto all’IO poiché attiva l’IO ad abbassare la quota d’ansia legata alla continua esposizione a messaggi di morte, ma questo abbassamento dell’ansia e dell’angoscia è illusorio poiché si scontra con l’esame di realtà che dice che le relazioni sono fonte di reale minaccia a causa del contagio. Potrebbe così accadere una ristrutturazione del sistema psichico nella popolazione generale.

Non sarà l’accaparramento delle risorse ad abbassare quella quota d’ansia e d’angoscia, sarà la condivisione dei vissuti di paura e l’accettazione dell’aiuto affettivo all’interno di una relazione sicura che placheranno l’angoscia di morte.

L’isolamento sociale peggiora le condizioni psichiche perché limita molto il supporto affettivo della comunità. In condizioni di SOFFERENZA persistente tende naturalmente ad attivarsi il meccanismo conosciuto del potenziamento materno. In una relazione affettiva l’espressione della SOFFERENZA spinge all’espressione di aspetti di CURA, ma questa CURA non è pienamente esprimibile a causa del distanziamento sociale. È difficile scambiare abbracci e gesti d’affetto che esprimono la CURA, il contatto fisico che fa parte della CURA è al contempo fonte di pericolo. Tutti questi gesti che esprimono l’affettività sono bloccati dall’esterno, quando un affetto è bloccato la psiche non può che fare ricorso a tutti i meccanismi di difesa che ha imparato a strutturare per rendere questo blocco il meno spiacevole possibile. Ora, anche nel caso una persona non avesse blocchi pregressi nell’espressione della SOFFERENZA e della CURA a causa di eventi traumatici nella propria storia di attaccamento, il blocco forzato dall’esterno genera un trauma affettivo. La SOFFERENZA può essere bloccata per non indurre la risposta di CURA nell’altro, salvandolo dal rischio del contagio. Ugualmente la CURA potrebbe essere bloccata per non esporre al rischio di contagio l’altro. Questi blocchi potrebbero far aumentare la RABBIA che necessariamente può dare diversi esisti; aumento della tensione interna, impotenza, disperazione, senso di colpa, pensieri suicidari, oppure agiti. Questo potrebbe essere un circolo vizioso di natura affettiva che la pendemia innesca ed accelera. Sebbene tale circolo possa essere già presente in alcune persone a causa della storia relazionale passata con le figure di accudimento, ora la pandemia e la quarantena potrebbero generalizzare questa dinamica assieme ed il trauma affettivo ad esso correlato.

Tende ad innescarsi nella popolazione 1) un comportamento di comprensione di informazioni mediche lette con la lente del trauma affettivo, e 2) di utilizzo di farmaci a scopo intrapsichico come rimedio per l’angoscia e l’ansia esponendo sé stessi a gravi complicanze organiche e privando di una cura  tutta la fascia di popolazione che necessita oggettivamente del farmaco.

Questi sono dei campanelli d’allarme che potrebbero indicare a) lo sviluppo o b) la slatentizzazione di una problematica affettiva nella popolazione generale. Chiunque le stesse sperimentando dovrebbe attivarsi e richiedere un sostegno psicologico ai professionisti attivi nella propria zona. Ugualmente dovrebbero essere concesso più spazi all’interno della rete di comunicazione nazionale ai professionisti della salute mentale per fornire a tutta la popolazione degli interventi psicoeducativi mirati.